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Atmospheres
Emanuela Betti

Il fenomeno delle nuvole, “cloudness” – come lo definisce Roberto Pasini nel suo l’Informe nell’Arte
Contemporanea –, esplode e viene ampiamente trattato agli inizi dell’Ottocento, sul versante
scientifico (su cui torneremo) di Luke Howard, su quello poetico di Goethe e su quello pittorico con
gli studi di cielo realizzati da Constable nel 1821-22.
Il pittore Alexander Cozens nel 1785 pubblica il New Method in cui paragona il fenomeno delle
nuvole alla sua teoria del Blot, macchie casuali di inchiostro come base da cui partire per
rappresentare un paesaggio: la macchia, blot, appunto, offre qualcosa di inatteso e dà l’idea del
contrasto di chiaroscuro che esiste in natura; la nuvola sarebbe quindi una macchia in cielo, uno
“sfumato meteorologico”, perché nulla più delle nuvole è casuale mutevole e imprevedibile.
La nuvola e la sua dualità: macchia in cielo e garante atmosferica.
 
Il chimico inglese Luke Howard nel 1802, pubblica la prima classificazione delle nuvole, che è
rimasta come riferimento di base per l’Atlante Internazionale delle Nuvole, il testo usato dai
meteorologi di tutto il mondo. 
Oltre alla nomenclatura in latino, evocativa di dogmi arcaici, un aspetto interessante dell’atlante è
che i tipi di nuvole non vengono descritti mediante termini mutuati dalla fisica o da qualche altra
scienza esatta, ma attraverso riferimenti a forme terrene. Così il Cumulonimbus è la nube che
somiglia “a una montagna o a una enorme torre”, il Cirrus somiglia “ai capelli, e possiede un
consistenza sericea”, e così via. Anche le scie di condensazione tracciate in cielo dagli aerei a
reazione (“contrails”) vengono annoverate tra le nuvole e la loro descrizione si conclude dicendo
che “in effetti è talvolta impossibile distinguere queste scie da altri tipi di nubi”. In questo modo si
crea simbolicamente un legame tra due mondi paralleli: il segno dell’uomo diventa natura e si
confonde con essa.
Nell’Atlante Internazionale si assiste quindi all’incontro tra il rigore scientifico e l’impossibilità di
utilizzare terminologie estranee al familiare mondo terreno.
 
In Atmospheres Francesco Nonino cerca di mettere in relazione l’assoluto del cielo con i simboli
della terra e del nostro vivere quotidiano: periferie, strade, case, luoghi più o meno affollati che ogni
giorno abbiamo davanti agli occhi. E la fotografia è il suo strumento per convincere lo spettatore che
ciò che vi è rappresentato esiste, è contingente e quindi “vero”.